Pasque di sangue 3

595 Cfr. Soloveitchik, Halakhah, Hermeneutics and Martyrdom in Medieval Ashkenaz, cit., pp. 105-106 
(«Every aspect of the Christian religion was subject to ridicule and disgust. Much of the intuitive rejection 
of conversion in Ashkenazi communities come from the revulsion of Christianit) instilled from childhood 
[...] their suffering filled them with bitterness [...]. Having one's children brought up as Christians meant 
not only having them raised as savages, worshipping idols and venerating corpses, but also becoming the 
blood-stained persecutors of the Chosen People; and after a barbarie and sin-filled life, they would be con- 
demned to an eternity of death; a swift stroke of the sword was perhaps seen as the greatest kindness that a 
parent could bestow upon a child»). 



Dinanzi alla minaccia intollerabile che incombeva sulle anime dei teneri pargoli, 
nati per essere educati all'amore per il vero Dio e per i suoi sacri dettami, e in procin- 
to invece di essere immersi contro la propria volontà nelle contagiose acque del batte- 
simo, la lama letale del coltello era l'unica risposta adeguata. Il sangue versato dai 
putti innocenti, messi a morte per amore di Dio, sarebbe servito ad appressare il tem- 
po della redenzione. Il loro sacrificio, come quello degli incontaminati agnelli offerti 
in olocausto sull'altare del Tempio, avrebbe risvegliato la vendetta divina sui persecu- 
tori idolatri. Una vendetta che si sarebbe consumata nell'alto dei cieli, ma avrebbe 
dovuto essere preparata sulla terra. La vendetta di Dio e la vendetta dei padri e delle 
madri, costretti dall'arrogante prepotenza dei cristiani a spargere il sangue prezioso 
dei loro figli 596 . Talvolta era la sinagoga a essere scelta a luogo privilegiato per il sacri- 
ficio dei figli e la santificazione del nome di Dio. Il luogo di preghiera conferiva solen- 
nità e ritualità al dramma che si stava compiendo. L'Arca santa con i rotoli della Legge 
(Aron ha-kodesh), il pulpito, chiamato anche almemor (detto in ebraico bimah o te- 
vah) 597 , i banchi dove erano soliti assidersi i fedeli si bagnavano del sangue delle vit- 
time incontaminate, mentre i lamenti si univano alle invocazioni, alle litanie e alle 
imprecazioni, aprendosi la via verso il Cielo. La santità del tempio non fermava il 
braccio di chi si levava a immolare e non richiamava al sacrilegio. Al contrario, costi- 
tuiva il teatro più appropriato al sublime martirio. La vicenda di Isacco, figlio di Da- 
vid, il sagrestano (parnas) della sinagoga di Magonza, che durante la prima crociata si 
suicidava dopo avere ucciso i figli e la madre e aver dato fuoco al luogo di preghiera, 
ci sembra illuminante a riguardo 598 . 

In quei giorni la grande maggioranza della popolazione ebraica di Magonza, che 
aveva cercato inutilmente rifugio all'interno del palazzo vescovile, trovava la morte in 
un massacro indiscriminato. Pochi avevano avuto risparmiata la vita. Tra questi Isac- 
co, il [192] sagrestano della sinagoga, che si era visto costretto ad accettare la conver- 
sione al cristianesimo. Ma già qualche giorno dopo il rimorso e il pentimento assaliva- 
no il povero neofita, che concepiva un delirante rituale di espiazione fondato su una 
serie di sacrifici umani destinati, in un bagno di sangue, a commuovere l'Eterno alla 
vendetta. 

Prima di tutto Isacco, preso dalle sue ferventi allucinazioni, metteva a morte la 
madre, bruciandola viva nella sua casa. Poi trascinava nella sinagoga i figli «non anco- 
ra in età di discernere tra bene e male». Qui sul pulpito, V almemor, davanti all'Arca 
contenente i rotoli della Legge, li sgozzava con le proprie mani, uno per uno, offren- 
doli in sacrificio a Dio. «E mentre il sangue degli infelici putti sprizzava dalle ferite 
mortali, tingendo gli stipiti dell'Arca della Legge, il sagrestano recitava con devozione: 
"Questo sangue serva di espiazione per tutti i miei peccati"». Di seguito appiccava il 
fuoco alla sinagoga, correndo da un lato all'altro della sala con le mani levate al Cielo 
in atto di preghiera, mentre la sua voce e il suo canto si udivano limpidi all'esterno 

596 Vedi sull'argomento tra gli altri I.J. Yuval, Vengeance and Damnation, Blood and Defamation. From Jew- 
ish Martyrdom to Blood Libel Accusations, in «Zion», LVIII (1993), pp. 33-90 (in ebr.); Id., «The Lord Will 
Take Vengeance, Vengeance for His Tempie». Historia Sine Ira et Studio, in «Zion», LIX (1994), pp. 351-414 
(in ebr.). Per un'opinione contraria cfr. E. Fleischer, Christian- Jewish Relations in the Middle Ages Distorted, 
in «Zion», LIX (1994), pp. 267-316 (in ebr.). Vedi inoltre M. Minty, Kiddush Ha-Shem in German Christian 
Eyesin the Middle Ages, in «Zion», LIX (1994), pp. 266-269 (in ebr.). 

597 Dal XIII secolo in poi la tribuna della sinagoga (bimah, tevah), dove si collocava l'officiante, era chiamata 
anche almemor. il termine derivava dall'arabo al-minbar, «pulpito», e ne esemplificava le forme e le funzio- 
ni. Nella tribuna si trovava il desco (dukhan) dove venivano appoggiati i rotoli della Legge in occasione 
delle letture liturgiche settimanali. È curioso notare come il termine almemor, di origine araba, fosse stato 
adottato anche nelle sinagoghe ashkenazite (cfr. Th. Metzger e M. Metzger, Jewish Life in the Middle Ages. 
Illuminated Hebrew Manuscripts of the Xlllth to the XVIth Centuries, Friburg, 1982, pp. 71-74). 

598 La cronaca con il racconto relativo alle tragedie di Isacco, il parnas della sinagoga di Magonza, è riporta- 
ta da A.M. Haberman (a cura di), Sefer ghezerot Ashkenaz we-Zarf at («Libro delle persecuzioni in Germania 
e in Francia»), Jerusalem, 1971, pp.36-3 8. 



Pasqua di sangue 

dell'edificio sacro. E tra le fiamme, dinanzi all'Arca santa, il misero Isacco trovava fi- 
nalmente la morte agognata 599 . 

Uno psicopatico? Un alienato mentale in preda a turbe religiose omicide? Un po- 
veruomo impazzito dalla disperazione e in preda a manie autodistruttive? Un fanatico 
esaltato e masochista? L'anonimo autore che riporta questa tragica memoria non ha 
dubbi di sorta: si trattava di «una persona integra e proba, pia, misericordiosa e te- 
mente di Dio». Il suo comportamento meritava di essere additato come esempio alle 
generazioni successive e ogni tipo di censura in questo caso era da giudicarsi del tutto 
ingiustificata e fuori luogo. Isacco aveva deciso di sacrificare i propri figli sull'alme- 
mor, dinanzi all'Arca della Legge, il luogo più sacro della sinagoga, con un rituale che 
si richiamava da una parte agli olocausti offerti sull'altare del Tempio di Gerusalemme 
e dall'altra al sacrificio biblico di Isacco, effettivamente compiuto secondo il Midrash. 
Il truculento esempio del pio sagrestano di Magonza trovava, a quanto pare, entusiasti 
e zelanti imitatori. La sinagoga finiva così con il trasformarsi in un sacro macello, dove 
tra gemiti e preghiere il sangue di donne e fanciulli, sacrificati per amore di Dio, sgor- 
gava a fiotti. Arca santa, pulpito, matroneo, banchi e gradini si tingevano di rosso co- 
me l'ara del Tempio. 

A Vienna nel 1421, durante i violenti moti contro gli ebrei, accusati di favorire e 
sostenere gli hussiti, il rabbino Natan Eger ra[193]dunava tutti i putti giudei nella 
propria abitazione, intimando alla moglie di scannarli senza remore nel caso i cristiani 
avessero minacciato di battezzarli in massa. Una cronaca yiddish riferisce che in quel- 
l'occasione la comunità ebraica aveva raccolto un gran numero di infanti nella sina- 
goga per impedire la loro conversione forzata, pretesa a viva voce da un apostata. 

Gli ebrei della comunità a questo punto si misero a gridare ad alta voce: «A- 
himè (i cristiani) hanno intenzione, Dio non voglia, di contaminare i nostri 
figli, santi e immacolati». Deliberarono quindi di privarli della vita per santi- 
ficare il nome di Dio benedetto. Si tirò a sorte e uscì il nome del pio rabbino 
Jonah Ha-Cohen, che ebbe il compito di porre in atto la decisione. Questo 
accadeva nella festa delle Capanne (Sukkot). 

Mentre l'intera comunità mormorava a bassa voce la formula di richiamo al 
pentimento, rivolgendosela l'un l'altro, il rabbino si collocava di fronte 
all'Arca con i rotoli della Legge e recideva la gola ai bambini, uno dopo l'al- 
tro. Ciò avveniva nella sala maggiore, destinata alla preghiera degli uomini. 
Anche le donne venivano sgozzate a una a una nell'anticamera della sinago- 
ga, loro destinata, e questo per santificare il nome di Dio. L'ultima donna in 
attesa di essere sacrificata si rivolse a Jonah, il rabbino, chiedendo che la 
scannasse (senza entrare nella sala delle donne, ma) facendo passare il 
braccio attraverso la grata, che separava i due ambienti. Poi Jonah il rabbi- 
no, non essendogli rimaste le forze per dare la morte a se stesso, rimuoveva 
le travi che si trovavano nella sinagoga, ne faceva una catasta e la cosparge- 
va d'olio, chiedendo a Dio perdono per ciò che aveva fatto per salvare le lo- 
ro anime. Infine si accovacciava sufi' almemor, appiccando il fuoco di sotto, e 
trovava la morte in mezzo alle fiamme 600 . 
Il sangue del sacrificio, lungi dal contaminare il luogo sacro, doveva servire co- 
me irresistibile richiamo a Dio, esortandolo all'implacabile vendetta sui suoi nemici e 



me dettagliato della vicenda con i suoi riferimenti storici e ideologici, vedi J. Cohen, The Per- 
> Of 1096. Prom Martyrdom to Martyrology. The Sociocultural Context of the Hebrew Crusade 
Chronicles, in «Zion», LIX (1994), pp. 185-195 (in ebr.); per un'opinione vicina alla mia, cfr. I.J. Yuval, «Two 
Nations in Your Womb». Perceptions ofjews and Chrìstians, Tel Aviv, 2000, pp. 159-161 (in ebr.). 
600 Cfr. S. Bernfeld, Sefer ha-dema'ot («Il libro delle lagrime»), Berlin, 1924, p. 169. Vedi sull'argomento 
Yuval, «Two Nations in Your Womb», cit., pp. 199-200 e recentemente A. Cross, Struggling with Tradition. 
Reservation about Active Martyrdom in the Middle Ages, Leiden, 2004, pp. 1-44. 



su quelli del popolo eletto, premessa necessaria all'agognata redenzione messianica. Il 
sangue degli infanti innocenti, stillato nella sinagoga «a santificazione del nome di 
Dio» o «in segno di vituperio e abominio verso l'eretico crocifisso», aveva quindi la 
stessa funzione o, meglio, si trattava di due fasi simboliche e successive dello stesso 
processo verso il riscatto finale. 

Le deposizioni degli imputati ai processi di Trento concordavano sul fatto che 
l'infanticidio di Simone sarebbe avvenuto di venerdì nei locali della sinagoga, posta 
nell'abitazione di Samuele da Norimberga, e più precisamente nell'anticamera della 
sala dove si raccoglievano gli uomini in preghiera. Questo ambiente, separato [194] 
dalla sinagoga vera e propria da una porta, era destinato in mancanza di un matroneo 
alle orazioni delle donne. La porta comunque rimaneva socchiusa e, durante la litur- 
gia del Sabato, le donne vi facevano capolino quando i rotoli della Torah venivano 
sollevati ed esibiti da chi officiava sull'almem or, prima della lettura del brano setti- 
manale del Pentateuco. In quell'occasione le donne si portavano le mani alla bocca per 
tirare baci all'indirizzo dei rotoli aperti e messi in mostra. Era il medico Tobia da Ma- 
gdeburgo a precisare ai giudici che «secondo la loro consuetudine le donne si raccol- 
gono nell'anticamera della sinagoga e si affacciano alla porta, quando vengono alzati 
(i rotoli con) i precetti di Mosè, il che avviene ogni Sabato in base ai loro riti» 601 . 

La crocifissione di Simone sarebbe stata effettuata su un banco posto proprio 
nella cosiddetta «sinagoga delle donne». Il corpo del putto, ormai senza vita, sarebbe 
stato poi trasferito per le funzioni del Sabato nella sala centrale della sinagoga e depo- 
sto sufi' almemor. Lo stesso Tobia confermava che durante la liturgia sabbatica «aveva 
visto, il cadavere del bimbo disteso sull'almem or, che e un desco posto in mezzo alla 
Sinagoga, sul quale si mettono i libri» 602 . Angelo da Verona precisava che «almemor è 
un termine ebraico equivalente in latino a "cattedra della predica"; infatti V almemor è 
il desco sul quale si pongono i cinque libri di Mosè e si trova nel mezzo della scola. 
Proprio sufi' almemor giaceva supino (durante le officiature del sabato) il cadavere del 
bambino» 603 . Ad avvolgerlo era una mappah (wimpel) di seta variopinta e ricamata, 
una stoffa pregiata della grandezza di un asciugamano con cui si usava coprire il roto- 
lo della Legge dopo la sua lettura 604 . 

Israel Wolfgang testimoniava dinanzi agli inquisitori di Trento a proposito del- 
l'infanticidio rituale di Ratisbona nel 1467, cui a suo dire aveva partecipato in prima 
persona. L'impressionante rito sarebbe stato compiuto anche in questo caso 

601 «lnterrogatus ubi erant mulieres ipsorum ludeorum, respondit quod non erant in sinagoga, quia non est 
de more eorum quod mulieres intrant sinagogam. lnterrogatus ubi stant mulieres quando celebrantur offi- 
tia sua, respondit quod mulieres tunc stant in camera que est ante sinagogam. lnterrogatus an mulieres 
stantes in dieta camera possint videre in sinagogam et maxime ea que sunt super almemore, respondit quod 
non, nisi veniant super ostium per quod intratur in sinagogam. Et dicit, interrogatus, quod secundum eo- 
rum consuetudinem mulieres, que se reperiunt in camera que est ante sinagogam, se reducunt super ostium 
quando elevantur precepta Moisi in sinagoga. Et dicit, interrogatus, quod dieta die Sabbati de sero precepta 
deberunt elevati, quia omni die Sabbato de sero elevantur, secundum eorum ordines» (cfr. A. Esposito e D. 
Quaglioni, Processi contro gli ebrei di Trento, 1475-1478. I: I processi del 1475, Padova, 1990, pp. 324- 
325). 

602 «Vidit cadaver dicti pueri extensum super almemore, qui est discus positus in medio sinagoge, super quo 
ponunt libros» (cfr. ibidem, p. 3 24). 

603 «Et die Sabbati [...] ipse Angelus ivit ad domum Samuelis et intravit dictas scolas et vidit quoddam cada- 
ver pueri mortui positum super almemor, quod est verbum Hebraicum, quod est dicere in lingua latina 
"locus sermonis"; qui almemor est discus quidam super quo ponunrur quinque libri Moisi. Qui discus sive 
almemor era positus in medio Scole, super quo disco erat cadaver dicti pueri, quod cadaver iacebat resupi- 
num» (cfr. ibidem, p. 286). 

604 vitale, fattore di Samuele da Norimberga, affermava: «quod illud (se. il corpo di Simonino) sic vidit in 
dicto die Sabbati, de mane, in sinagoga super almemore, et quod illud erat coopertum quodam palleo de 
sirico diversi coloris; et similiter illud vidit dieta die, de sero, tempore quo dicebantur offitia in eorum sina- 
goga» (cfr. ibidem, p. 220). Samuele da Norimberga confermava che «dictum corpus pueri erat coopertum 
una tovalea, qua tovalea solent uti super suo altari [...] et post cooperto dicto corpore et ilio stante in ai- 
memore, venerunt omnes alii ludei in sinagogam et ibi dixerunt offitia sua» (cfr. ibidem, p. 248). 



Pasqua di sangue 

nell'anticamera della sinagoga e successivamente il corpo della vittima sarebbe stato 
trasferito nella sala di preghiera e deposto nell' almemor, perché i fedeli potessero es- 
sere in qualche modo partecipi della significativa cerimonia 605 . 

Probabilmente nel tentativo di togliere dal rituale della crocifissione dell'infante 
connotazioni anticristiane troppo palesi, Angelo da Verona lo trasformava in un em- 
blematico memoriale dell'epopea dell'esodo dall'Egitto, legandolo esplicitamente alla 
celebrazione di Pesach. La ferita inferta sulla mascella della vittima avrebbe dovuto 
richiamare gli inutili appelli di Mosè al faraone [195] perché mandasse libero il popo- 
lo di Israele dalla terra in cui si trovava prigioniero. La lesione sulla tibia avrebbe ri- 
portato simbolicamente all'inseguimento dell'esercito egiziano sulle tracce degli ebrei 
in fuga verso il Mar Rosso, al terrore e alla disperazione che li avrebbero accompagna- 
ti in quelle giornate. Il taglio del prepuzio avrebbe avuto una funzione memoriale an- 
cora più chiara, rievocando la circoncisione in massa cui il popolo ebraico si sarebbe 
sottoposto per la prima volta in procinto di lasciare l'Egitto, per volere di Dio 606 . Le 
punture sul corpo della vittima avrebbero dovuto essere prese a simbolo delle puni- 
zioni fisiche inferte da Dio agli egiziani, lacerati e piagati crudelmente 607 . 

In ogni caso le elaborate spiegazioni di Angelo da Verona, intese a collegare il ri- 
to agli eventi biblici celebrati nella Pasqua ebraica, suonavano scarsamente convincen- 
ti. Dalle deposizioni degli altri imputati, infatti, emergevano chiari elementi che mo- 
stravano evidente l'intenzione di trasformare la crocifissione dell'infante in un simbo- 
lico memoriale della passione di Cristo, chiamato con dispregio Tolle lesse mina ( = 
Talui, leshu ha-min) , cioè «d'appeso, Gesù l'eretico» 608 . 

In effetti le cosiddette formule ebraiche, che si dicevano pronunciate in 
quell'occasione, non possono essere liquidate come espressioni di un linguaggio mi- 
sterioso e immaginario, intese a conferire al racconto del truce rituale quelle connota- 
zioni sataniche che gli inquisitori erano interessati ad attribuirgli 609 . Con qualche sfor- 



605 «Corpus illud fuit portatum [...] in quadam cameram contiguam Synagogae et illud corpus posuit in qua- 
dam capsam. Et dicit quod mane sequenti venerunt plures alii Judaei ad videndum dictum corpus et in qua 
die sequenti de sero idem corpus fuit sublatum de capsa et portatum in Synagogam praedictam [...] corpore 
stante extenso super Almemore» (cfr. [Benedetto Bonelli], Dissertazione apologetica sul martirio del beato 
Simone da Trento nell'anno MCCCCLXXV dagli ebrei ucciso, Trento, Gianbattista Parone, 1747, p. 141). 

606 La circoncisione degli ebrei in occasione dell'esodo dall'Egitto, quando avrebbero adempiuto al precetto 
per la prima volta, è menzionata dal Midrash: Shemot Rabbah 17,3-5; 19,5; Ruth Rabbah 6; Shir ha-shirim 
Rabbah 1,35; 5; Tanchumah 55, 4; Pesiktah de-RavW:zhanah 63,27. 

607 «Interrogatus quod dicat quid importat aut significat illud vulnus quod factum fuit puero in maxilla 
dextra, respondit quod hoc significat quod Moyses per os suum pluries dixit Pharaoni quod debere dimitte- 
re populum suum Israheliticum; et quod vulnus quod habebat puer in tibia dextra, fit ad significationem 
quod Pharao et populus Egiptiacus, qui persequebantur ipsos ludeos, quod in eorum itineribus fuerunt 
infelices; et quod vulnus quod habebat puer in virga significat circumcisionem eorum et quod punctiones 
que fiunt per corpus pueri significant quod populus Egiptiacus in omni parte corporis sui fuit percussus» 
(cfr. Esposito e Quaglioni, Processi, cit., voi. I, p. 291). 

608 Bonaventura (Seligman) di Mohar, il giovane nipote di Mosè da Wiirzburg, sosteneva di avere udito i 
presenti al rito pronunciare le parole Tolle, lesse mina, «que verba ipse Bonaventura nescit quid important» 
(cfr. ibidem, p. 157). Israel Wolfgang (e le sue parole erano confermate da Joav da Ansbach, servo del medi- 
co Tobia) aveva udito in quell'occasione gli stessi termini Tolle, lesse mina uscire dalla bocca di Mosè «il 
Vecchio» da Wiirzburg, e il vescovo Hinderbach notava a margine: «verba enim praedicta significant tantum 
"suspensus" Jesus hereticus'» (cfr. [Bonelli], Dissertazione apologetica, cit., pp. 149-151). Da parte sua Bo- 
naventura (Seligman), il cuoco di Samuele da Norimberga, ricordava di avere sentito le parole memmhol- 
zdem talui, che forse rendevano malamente l'ebraico mamzer talui, «bastardo appeso» (cfr. Esposito e Qua- 
glioni, Processi, cit., voi. 1, p. 138). 

609 Anna Esposito ritiene a questo proposito che le frasi «in cui si riportano le maledizioni degli Ebrei verso i 
Cristiani, talvolta rese in un ebraico traslitterato, più spesso in uno pseudoebraico, quindi tradotte in latino 
ma spesso anche in volgare» fossero intese ad «accrescere, con l'introduzione di parole in una lingua oscu- 
ra, il senso di mistero e di timore che già di per se incuteva il mondo ebraico». L'inserimento di tali frasi 
infatti «sembra fatto apposta per confermare dapprima in chi udiva e quindi nei lettori dei verbali l'impres- 
sione di un oscuro rito stregonesco e satanico» (cfr. Esposito e Quaglioni, Processi, cit., voi. I, pp. 70-71). Per 
un'opinione simile vedi D. Quaglioni, Propaganda antiebraica e polemiche di Curia, in M. Miglio, F. Niutta, 



zo, dovuto alla loro approssimativa traslitterazione da parte dei notai italiani, che fa- 
cevano fatica a recepire un ebraico pronunciato alla tedesca, in frasi lunghe e compli- 
cate, le formule possono essere ricostruite in maniera abbastanza soddisfacente, evi- 
denziando spiccati e collaudati contenuti anticristiani. 

Per esempio, la frase in ebraico registrata da Samuele da Norimberga (tu herpo, 
lu colan, lu tolle Yesse cho gihein col son henó) e da lui tradotta: «In vituperio e ver- 
gogna dell'appiccato Gesù, e così avvenga a tutti i nostri nemici» è solo all'apparenza 
incomprensibile, dati gli inevitabili errori di ricezione del notaio. Essa infatti va rico- 
struita: le-cherpah, li-klimah la-talui Yeshu, cach (o coh) ihye, le-col soneenu, nella 
pronuncia tedesca (e quindi herpoh in luogo di herpah) e precisamente nello stesso 
significato attribuitogli da Samuele, che l'ebraico lo conosceva bene 610 . 

Mosè da Wurzburg «il Vecchio» riferiva che durante il rito alcuni dei presenti re- 
citavano una formula ebraica che significava: «Tu sarai martirizzato come fu martiriz- 
zato Gesù, Dio dei cristia[196]ni appeso, e così possa avvenire a tutti i nostri nemici». 
A questo punto gli astanti rispondevano all'unisono: «Amen». La frase ebraica storpia- 
ta è la seguente: Ratto nisi assarto fenidecarto cho lesse attoloy le fuoscho folislimo 
cho lesso 611 . Tenendo conto che l'ebraico era reso secondo la pronuncia ashkenazita, 
l'invettiva va così ricostruita, lasciando pochi margini di dubbio: Atta nizlavtà we- 
nidkartà ke-leshu ha-talui le-boshet we-li-klimà (Sai. 35, 26) ke-leshu, che tradotta 
letteralmente suonerebbe: «Tu sei crocifisso e trafitto come Gesù l'appeso, in ignomi- 
nia e vergogna come Gesù» 612 . 

Per i partecipanti al rito sembra che l'infante cristiano avesse perduto la sua i- 
dentità (se mai l'aveva posseduta ai loro occhi) e si fosse trasformato in Gesù «croci- 
fisso e appeso». Nel nome di Cristo tanti pargoli ebrei erano stati battezzati a forza 
nelle terre tedesche, a partire dalle Crociate, e tanti altri, per evitare quel santo sopru- 
so, erano stati sgozzati da padri e madri, bagnando con il loro sangue innocente Yal- 
memor e i gradini dell'Arca con i rotoli della Legge nelle sinagoghe. Adesso, a loro 
volta, coloro che si consideravano i discendenti delle vittime immaginavano che la 
crudele rappresentazione sacra della novella passione servisse a riscattarli da quei 



C. Ranieri e D. Quaglioni (a cura di), Un pontificato ed una città. Sisto IV (1471-1484), Atti del Convegno, 
Roma, 2-7 dicembre 1984, Città del Vaticano, 1988, p. 256. Anche W.P. Eckert (Motivi superstiziosi nel pro- 
cesso agli ebrei di Trento, in I. Rogger e M. Bellabarba, a cura di, Il principe vescovo Johannes Hinderbach, 
1465-1486, fra tardo Medioevo e Umanesimo, Atti del Convegno promosso dalla Biblioteca Comunale di 
Trento, 2-6 ottobre 1989, Bologna, 1992, p. 393) afferma che «gli ebrei dovevano essere ridicolizzati perché 
il ridicolizzare ha un effetto letale» e per raggiungere questo scopo i giudici di Trento pretendevano «una 
spiegazione esatta di termini ebraici incomprensibili». 

610 «Dicebant hec verba in Hebraico, videlicet: fu herpo, lu colan, lu tolle Yesse cho gihein col son hencr, que 
verba significant: "In vituperium et verecundiam illius suspensi lesu, et ita fiat omnibus inimicis nostris", 
intelligendo de Cristianis» (cfr. [Bonelli], Dissertazione apologetica, p. 149; Esposito e Quaglioni, Processi, 
cit., voi. I, p. 247). Nell'ambito della letteratura ebraica anticristiana è da notare, per esempio, che Yannai, 
poeta e compositore di carmi liturgici, vissuto in Palestina nel V secolo ca., era autore di un'invettiva contro 
i credenti in Cristo da leggersi nelle orazioni del Kippur, il solenne digiuno di espiazione. Le sue parole 
conclusive erano: «venga su di loro (se. i Cristiani) ignominia, vituperio e vergogna (bushah, cherpah w- 
klimah)». Cfr. A. Shanan, Gtò ha-ish. Jesus through Jewish Eyes, Tel Aviv, 1999, pp. 47-50 (in ebr.). Sul- 
l'immagine di Gesù nella letteratura ebraica anticristiana, dove è chiamato talui («l'appeso»), mamzer («il 
bastardo»), min («l'eretico»), vedi tra gli altri M. Goldstein, Jesus in the Jewish Tradition, New York, 1950; T. 
Walker, Jewish Views of Jesus, London, 1974; W. Jacob, Christianity through Jewish Eyes, Cincinnati (O.), 
1974; T. Weiss-Rosmarin, Jewish Expressions on Jesus, New York, 1997. 

611 «Et aliqui ex suprascriptis dicebant hec verba Hebraica, videlicet: Matto nisi assarto fenidecarto cho lesse 
attoloy le fuoscho folislimo cho lesso, que verba significant: "Tu martiricaris sicut fuit martirizatus et con- 
sumptus lesus Deus Cristianorum suspensus, et ita fieri possit omnibus nostris inimicis"» (cfr. [Bonelli], 
Dissertazione apologetica, cit., p. 149; Esposito e Quaglioni, Processi, cit., voi. I, p. 354). 

612 Nell'ebraico pronunciato alla tedesca, la frase suona così: Atto nlzfavto fenidecarto co-lesho hattoloy ecc. 
«Gesù crocifisso e trafitto», come espressione dai significati offensivi, si ritrova in numerose composizioni 
ebraiche anticristiane, diffuse nell'ebraismo ashkenazita medievale (cfr. Shanan, Gtò ha-lsh. Jesus through 
Jewish Eyes, cit., p. 61). 



Pasqua di sangue 



traumi inobliabili, avendo come spettatore privilegiato, coinvolto e soddisfatto, il Dio 
della redenzione, severo e pietoso, capace di vendicare e perdonare. 



Capitolo quattordicesimo 
«Fare le fiche»: rituale e gesti osceni 



Lazzaro, il servo di Angelo da Verona, ricordava che, come introduzione al me- 
moriale ingiurioso della passione di Cristo messo in atto sul corpo dell'infante Simone, 
lo zelante Samuele da Norimberga aveva inteso preparare e incitare i presenti con una 
predica dai toni irridenti che metteva alla berlina la fede cristiana. Nell'improvvisato 
sermone Gesù era presentato come nato da un adulterio, mentre Maria, donna noto- 
riamente di facili costumi, sarebbe stata per di più fecondata durante il periodo me- 
struale contro ogni regola e buona usanza 613 . 

Se il tema della nascita adulterina di Gesù non risultava affatto nuovo, non era 
così per il motivo della Vergine messa incinta quando era mestruata. Infatti esso com- 
pariva soltanto in alcune versioni del Toledot Yeshu - i cosiddetti «Contro vangeli e- 
braici» composte in area tedesca tra Quattrocento e Cinquecento. Il riferimento di Sa- 
muele al testo anticristiano, con l'accusa rivolta al Cristo di essere «un bastardo, con- 
cepito da una donna impura» (mamzer ben ha-niddah), era quindi cronologicamente 
assai precoce e senza dubbio caratteristico del clima insofferente di certa parte 
dell'ebraismo ashkenazita tardomedievale 614 . Impensabile è che lo sprovveduto Lazza- 
ro da Serravalle avesse dato libero sfogo alla sua fantasia, inventando le particolari 
tematiche anticristiane della predica di Samuele. Ancor meno plausibile è che i giudici 
e gli inquisitori di Trento fossero esperti conoscitori dei testi del Toledot Yeshu. 

Qualche anno dopo, nel 1488, agli ebrei del Ducato di Milano processati per vi- 
lipendio alla religione cristiana i giudici chiedevano se si riferissero a Gesù, chiaman- 
dolo bastardo e figlio di donna mestruata. In particolare volevano sapere se in una 
composizione liturgica, che iniziava con le parole ani, ani ha-medabber («Sono io, io 

613 «Samuel fecit quandam predicationem et dixit non esse veruni quod lesus Christus fuisset ex vergine 
natus, sed quod eius mater, videlicet beata virgo Maria, fuerat meretrix et adultera et Christus ex adultera 
natus et quod fuerat exginta tempore quo menstrua patiebatur» (Archivio di Stato di Trento, Archivio Prin- 
cipesco Arcivescovile, sez.lat., capsa 69, n. 163). 

614 Vedi sull'argomento R. Di Segni, Due nuove fonti sulle «Toledot Jeshu», in «La Rassegna Mensile di Isra- 
el», LV (1989), pp. 131-13 2. L'autore sottolinea che «l'importanza della notizia desunta dal processo triden- 
tino sta nel fatto che per il momento è la fonte più antica che considera esplicitamente Gesù come figlio di 
mestruata» e registra come «degna di nota l'origine tedesca del narratore, che potrebbe far presumere che 
anche la notizia abbia la stessa origine». Risulta implicito che Riccardo Di Segni non consideri il racconto 
della predica anticristiana di Samuele da Norimberga come frutto delle pressioni suggestive dei giudici di 
Trento sugli imputati, ma lo metta in rapporto con i motivi della polemica anticristiana dell'ebraismo a- 
shkenazita contemporaneo dalle peculiari caratteristiche socioculturali. Sulla storia del tema di Gesù «ba- 
stardo, figlio di mestruata» nel Toledot Yeshu e sulla sua importanza vedi Id., Il Vangelo del Ghetto. Le «sto- 
rie di Gesù»: leggende e documenti della tradizione medievale ebraica, Roma, 1985, pp. 120-123. 



Pasqua di sangue 

che parlo...») e compariva nel formulario delle feste secon[198]do il rito tedesco, figu- 
rassero espressioni di tal genere, che traevano origine dai testi del Toledot Yeshu 615 . 
Molti degli imputati rispondevano affermativamente e ammettevano che in quella 
preghiera Gesù era bollato come «nassuto de dona che haveva el mestruo» e «nato de 
dona impoluta, zoè che ha lo mestruo». In effetti nelle versioni più antiche del formu- 
lario ashkenazita di preci per le solennità figurava un'elegia commemorativa dei mar- 
tiri, massacrati o suicidi nella santificazione del nome di Dio, dal titolo ani, ani ha- 
medabber, «sono io, io che parlo...», attribuita al rabbino Efraim di Isacco da Ratisbo- 
na, e destinata a essere recitata durante il digiuno d'espiazione (Kippur). In essa si 
faceva esplicito riferimento a Gesù «concepito da una donna mestruata», secondo il 
motivo diffuso dalle versioni tedesche del Toledot Yeshu 616 . Non ci sorprende che il 
tema si fosse guadagnato rapidamente grande successo nell'ambiente ebraico ashke- 
nazita, nelle comunità della Germania e in quelle più o meno di recente trapiantate 
nelle regioni dell'Italia subalpina. 

Elena era la vedova di Raffaele Fritschke, analogo al cognome tedesco Fridman e 
reso in italiano con Freschi o de Frigiis 617 . Il marito, medico e rabbino di fama, prove- 
nendo dall'Austria o dalla Boemia, era divenuto uno dei personaggi più influenti e 
stimati della comunità ebraica di rito tedesco di Padova tra la fine del Quattrocento e 
gli inizi del secolo successivo. La sua morte doveva avvenire nella città veneta intorno 
al 1540. Qualche anno dopo si laureava brillantemente in medicina nello Studio di 
Padova il figlio di Raffaele ed Elena, Lazzaro Freschi, che diveniva amico e collega sti- 
mato di Andrea Vesalio. Questi era stato invitato a occupare la cattedra di chirurgia e 
anatomia in quell'università e aveva accettato l'incarico, mantenendolo dal 1537 al 
1544. Non più tardi del 1547 maestro Lazzaro Freschi si trasferiva insieme a sua ma- 
dre nel ghetto vecchio di Venezia ed era ammesso tra i membri della locale comunità 
ashkenazita. 

Qualche anno dopo, prima della fine del 1549, avveniva una svolta drammatica 
e Lazzaro, il figlio del rabbino Raffaele Fritschke, per motivi che ignoriamo, si conver- 
tiva al cristianesimo. Per non lasciare le cose a metà, il medico padovano persuadeva 
anche sua madre Elena a recarsi al fonte battesimale e ad abbracciare la fede in Cristo. 
Da quel momento Lazzaro, che aveva assunto il nuovo nome di Giovanni Battista Fre- 
schi Olivi, si trasformava in un aspro detrattore della sua precedente religione e in 
aperto accusatore del mondo ebraico da cui proveniva. Grazie alla sua opera [199] 
zelante e indefessa il Talmud veniva posto all'indice e finalmente portato al rogo in 
piazza San Marco il 21 ottobre 1553 per decisione del Consiglio dei Dieci 618 . 

Ma se Giovanni Battista Freschi Olivi mostrava di avere adottato con entusiasmo 
la religione cristiana, la vecchia madre Elena, che doveva avere compiuto i settantan- 
ni, si rivelava assai meno convinta del passo intrapreso. L'educazione virulentemente 
anticristiana che aveva ricevuto in gioventù in ambiente ashkenazita aveva lasciato 



615 Gli imputati dovevano rispondere relativamente ai «verba scripta in dicto libro Mazor (recte: Machazor, 
il formulario liturgico per le feste) sibi ostensa in capitulo quod incipit: Anni, anni amezaber (recte: ani, ani 
ha-medabber), videlicet in lingua latina: lo sonno quello che parla» (cfr. A. Antoniazzi Villa, Un processo 
contro gli ebrei nella Milano del 1488, Milano, 1986, pp. 132-135). 

616 Machazor le-yamim noraim le-lì minhage' bene' Ashkenaz («Formulario per le solennità secondo l'uso 
degli ebrei tedeschi»). II: Yom Kippur, a cura di E.D. Goldshmidt, Jerusalem, 1970, pp. 555-557. 

617 Sul nome ashkenazita Frishke, Fritschke, Frits, Fritse, Fridman, reso in italiano con Freschi o de Frigiis, 
vedi A. Beider, A Dictionary of Ashkenazic Given Names, Bergenfield (N.J.), 2001, p. 315. 

618 Sulla figura di maestro Lazzaro di Raffaele Freschi, sulla sua conversione al cristianesimo e la sua attività 
antiebraica a Venezia vedi S. Franco, Ricerche su Lazzaro ebreo de Frigeis, medico insigne ed amico di An- 
dre Vesal, in «La Rassegna Mensile di Israel», XV (1949), pp. 495-515; F. Piovan, Nuovi documenti sul medi- 
co ebreo Lazzaro «de Frigeis», collaboratore di Andrea Vesalio, in «Quaderni per la storia dell'Università di 
Padova», XXI (1988), pp. 67-74; D. Carpi, Alcune nuove considerazioni su Lazzaro di Raphael de Frigiis, in 
«Quaderni per la storia dell'Università di Padova», XXX (1997), pp. 218-225. 



segni indelebili e continuava a influenzarne gli atteggiamenti mentali spontanei, an- 
che dopo la conversione. 

Nel 1555 Elena era tradotta dinanzi al Santo Uffizio di Venezia sotto l'accusa di 
avere pronunciato in pubblico espressioni blasfeme nei confronti del cristianesimo. 
Soltanto l'autorevole intervento del figlio, che per difenderla ne aveva sostenuto l'in- 
fermità mentale, valeva a toglierla in qualche modo dai guai 619 . In una domenica di 
marzo di quell'anno donna Elena, mentre si trovava a messa nella chiesa di San Mar- 
cuoia, quando il prete aveva preso a recitare il Credo, non aveva saputo trattenersi dal 
beffeggiarlo, esprimendo con male parole la sua oltraggiosa protesta. Gesù non era 
stato concepito dalla Vergine Maria per virtù dello Spirito Santo, ma era da conside- 
rarsi un bastardo figlio di puttana. 

Domenega pasata (17 Marzo 1555) [...] retrovandose lei ala ditta messa (in 
la gesia de San Marcilian) [...] la madre de meser Zuan Baptista, medico e- 
breo fato cristiano, dicendo el prete el Credo: Et incarnatus est de Spiriti! 
Sancto ex Maria. Virgine et homo factus est, disse queste over simel parole: 
«Ti menti per la gola, ti è bastardo nassiuto da una meretrice» 620 . 
I sentimenti anticristiani veicolati attraverso i testi del Toledot Yeshu e assimilati 
dalla vecchia ebrea padovana trovavano così sfogo irrefrenabile in chiesa in un rifles- 
so automatico e forse indipendente dalla sua volontà. La personalità di base della po- 
vera Elena era ancora ebraica e ashkenazita, e tale probabilmente era destinata a ri- 
manere anche in seguito. 

Qualche anno dopo toccava ad altri due ebrei ashkenaziti essere processati dal- 
l'Inquisizione di Venezia per ingiurie alla fede cristiana, e ancora una volta il tema 
della nascita spuria di Gesù, figlio di una donna mestruata, era all'origine dell'accusa. 
Aron e Asser (Asher, Anselmo), due giovani senza arte ne parte, erano giunti nel ghet- 
to di Venezia intorno al 1563, provenendo l'uno da [200] Praga e l'altro dalla Polonia. 
Successivamente avevano deciso di convertirsi al cristianesimo e di entrare nella Casa 
dei catecumeni per cercare di sbarcare il lunario, servendosi di un battesimo interes- 
sato e calcolato. Ma evidentemente si erano rivelati assai poco convinti dei fondamen- 
ti della religione cristiana, se erano accusati dinanzi al Santo Uffizio di avere profferi- 
to insulti indicibili nei confronti di Gesù e di Maria Vergine 621 . Anche i due giovani 
ashkenaziti sembravano essersi nutriti a dosi massicce dei motivi anticristiani caratte- 
ristici del Toledot Yeshu. 

Esso (Asser) comenzò a dir che meser Domenedio era un bastardo fio de una 
puttana, dicendo in lingua hebraicha che meser Domenedio era ingenerato 
al tempo che la Madona haveva la fior over mestruo, per più despresio di- 
cendo mamzer barbanid 622 , che vuol dir quel che ve ho ditto de sopra [...]. 
Lui ha ditto parole obbrobriose con offesa dela Divina Maiestà et dela glo- 
riosa Verzene Maria, dicendo che Christo era un bastardo nassiudo de pec- 
cado carnai quando la madama Verzene Maria haveva el mestruo 623 . 
Era passato quasi un secolo dai processi di Trento e i motivi polemici della pre- 
dica di Samuele da Norimberga dinanzi al corpo di Simonino-Gesù, tratti da quel testo 



619 II processo del Santo Uffizio a Elena Freschi Olivi è trascritto da P.C. loly Zorattini, Processi del S. Uffizio 
contro ebrei e giudaizzanti. I: 1548-1560, Firenze, 1980, pp. 51-52, 151-224. Vedi inoltre su questo caso B. 
Pullan, The Jews of Europe and the Inquisition of Venice (1550-1670), Oxford, 1983, pp. 282-289. 

620 Cfr. loly Zorattini, Processi del S. Uffizio contro ebrei e giudaizzanti, cit., voi. I, p. 15 2. 

621 II processo ad Aron e Asser dinanzi all'Inquisizione di Venezia è segnalato e trascritto da P.C. loly Zorat- 
tini, Processi del S. Uffizio contro ebrei e giudaizzanti. II: 1561-1570, Firenze, 1982, pp. 17-19,31-48. Vedi 
inoltre in proposito Pullan, The Jews of Europe and the Inquisition of Venice, cit., pp. 296-297. 

622 L'espressione ebraica mamzer barbanid è evidente corruzione di mamzer bar ha-niddah, «bastardo, 
figlio di mestruata», e non come vorrebbe loly Zorattini di mamzer barchanit (?), «bastardo transfuga, diser- 
tore» (cfr. loly Zorattini, Processi del S. Uffizio contro ebrei e giudaizzanti, cit., voi. II, p. 33). 

623 Cfr. ibidem, pp. 33, 46. 



Pasqua di sangue 

classico che era divenuto il Toledot Yeshu, erano ancora vivi e vegeti nell'ambiente 
ashkenazita, che si raccoglieva nelle valli della Loira e del Rodano, del Reno e del Da- 
nubio, dell'Elba e della Vistola, o che era disceso al di là delle Alpi fino alla piana del 
Po e al golfo di Venezia. 

Un altro motivo oltraggioso nei confronti della religione cristiana e molto diffuso 
tra gli ebrei di origine tedesca era basato sul detto talmudico secondo cui Gesù sareb- 
be stato punito nel mondo a venire e condannato a essere immerso «nella merda bol- 
lente» 624 . Ai banchieri ebrei del Ducato milanese accusati nel 1488 di vilipendio alla 
fede in Cristo veniva chiesto se nei loro testi Gesù fosse condannato alle pene dell'in- 
ferno e collocato in un vaso pieno di sterco. Salomone Galli da Brescello, ebreo di Vi- 
gevano, non aveva difficoltà ad ammettere di aver letto quella graveolente profezia in 
un quadernetto che aveva avuto per le mani a Roma, durante il pontificato di Sisto 
IV 625 . Lo seguivano Salomone, ebreo di Como, e Isacco da Parma, abitante a Castelnuo- 
vo Scrivia, confermando la loro conoscenza dei testi ebraici dove Gesù era destinato 
nel mondo futuro a essere immerso in un bagno di feci fumanti («Iesu Nazareno [...] 
ale iudicato in sterco, in merda buliente») 626 . 
[201] 

È da notare a questo proposito che le fonti ebraiche ci riferiscono un episodio si- 
gnificativo e rivelatore, legato al sanguinoso eccidio della comunità ebraica di Magon- 
za nel 1096. In quell'occasione David, figlio di Netanel, il responsabile dei servizi si- 
nagogali (gabbay), si sarebbe rivolto ai crociati in procinto di trucidarlo crudelmente 
augurando loro la stessa fine di Gesù «che era stato punito con l'immersione nella 
merda a bollore» 627 . Nella polemica anticristiana gli ebrei ashkenaziti non andavano 
tanto per il sottile e i tragici eventi di cui erano vittime da parte dei loro persecutori 
servivano loro da giustificazione per un odio senza compromessi, ingiurioso nelle pa- 
role e violento nei fatti, almeno quando ciò era possibile. 

D'altronde anche da parte cristiana si vagheggiava con compiacimento l'imma- 
gine di ebrei pii, scrupolosi osservanti della Legge, immersi fino al collo in bagni di 
sterco, giusta punizione per la loro proterva cecità. Il frate Luigi Maria Benetelli di 
Vicenza, docente di ebraico a Padova e successivamente a Venezia, riferiva con malce- 
lata soddisfazione un maleodorante aneddoto di antica origine che si riferiva a un 
ebreo, devoto osservante del Sabato, costretto a trascorrere il fine settimana tra i mia- 
smi di una lurida cloaca a causa della sua ottusa religiosità. 

Messer Salomone, essendo caduto nel pantano d'un fosso, per non violar la 
festa del Sabbato, ricusò la carità d'un Cristiano, che voleva cavamelo. Sab- 
batha sancta colo de stercore surgere nolo, il giorno seguente, passò per di 
là l'istesso buon'uomo, e l'Ebreo pregolo, acciò l'ajutasse ad uscirne, ma'l 
Cristiano scusossi dicendo: jeri fu la festa tua, oggi è la mia, e lasciollo à go- 
der quel tanfo aromatico tutta la Domenica. Sabbatha nostra quidem Salo- 
mon celebrabis ibidem 628 . 
Per molti la sinagoga, soprattutto nei momenti significativi della liturgia, era il 
luogo più adatto a conferire solennità ed efficacia sacrale agli anatemi, agli improperi 



624 Talmud Bab., Ghittin, e. 57a. 

625 «Interrogatus si dicunt lesum Christum damnatum est in inferno et ibi positum est in vase uno pieno 
stercore et si habent predicta scripta in libris eorum vel aliis scripturis, respondit et dicit quod semel in 
civitate Romana et tempore papis Sisti audivit predicta verba et vidit predicta in uno quinterneto et verba 
ea legit» (cfr. Antoniazzi Villa, Un processo contro gli ebrei nella Milano del 1488, cit., p. 102). 

626 Salomone da Como affermava «quod comprehendere ipsius quod (Iesu) sit iudicatus in stercore calido» 
(cfr. ibidem, pp. 112-114). 

627 Cfr. A.M. Haberman (a cura di), Sefer ghezerot Ashkenaz we-Zarf at («Libro delle persecuzioni in Germa- 
nia e in Francia»), Jerusalem, 1971, p. 36. 

628 Luigi Maria Benetelli, Le saette di donata scagliate a favor degli Ebrei, Venezia, Antonio Bortoli, 1703, p. 
410. 



e agli insulti, spesso accompagnati dall'esibizione drammatica di una gestualità ag- 
gressiva e irridente. Uno degli appuntamenti d'obbligo tra gli ebrei delle terre tede- 
sche in età medievale erano i giorni di Pesach, quando si aprivano le porte dell'Arca 
santa per estrarne i rotoli della Legge. Era allora, nel contesto delle preghiere per la 
festività, che si maledicevano con toni stentorei i cristiani «con imprecazioni che non 
si possono ascoltare» 629 . Ma gli improperi e le offese erano pronunciati anche da fedeli 
litigiosi, che avevano o ri[202]tenevano di avere reciproci conti in sospeso da regola- 
re. Agli inizi del Cinquecento il rabbino Jechiel Trabot si lamentava del malvezzo dif- 
fuso di approfittare delle officiature sinagogali per suscitare risse verbali furibonde, 
che talvolta si concludevano con il ricorso a vie di fatto. Queste liti violente, accompa- 
gnate da insulti e maledizioni, avvenivano per lo più «a Sefer aperto», quando cioè i 
rotoli della Legge venivano esibiti e collocati aperti per la lettura sull' almemor 630 . 

Nel caso degli anatemi contro Gesù e i cristiani, in genere sottolineati da appro- 
priati gesti di scherno e di oltraggio, che spesso si configuravano in lazzi osceni e 
scurrili, ne esistevano una vasta gamma e un pittoresco catalogo. Il gesto offensivo e 
osceno, ritualizzato e sacralizzato dal luogo in cui era compiuto, costituiva un efficace 
strumento di comunicazione rivolto alla propria comunità per chiederne e ottenerne 
la compiaciuta e prevista approvazione o almeno una silente complicità. Nella gestua- 
lità ingiuriosa e scurrile più in uso dal Medioevo fino alla prima età moderna trovia- 
mo il pestare ritmico dei piedi per creare un rumore assordante volto a cancellare la 
menzione, la memoria o la voce stessa dell'avversario, l'atto di mostrare la lingua e di 
fare le boccacce, quello di sputare in faccia, quello di scoprire il deretano e il gesto di 
«fare le fiche». Quest'ultimo, considerato un gesto di spregio particolarmente insolen- 
te, si faceva mostrando le mani con il pollice stretto tra l'indice e il medio, alludendo 
simbolicamente all'organo genitale femminile nell'atto della copula 631 . 

Quando nella lettura settimanale del Pentateuco si giungeva al brano relativo ad 
Amalek (Deut. 25, 17-19), considerato il nemico irriducibile di Israele e il suo persecu- 
tore per antonomasia in tutte le generazioni, i partecipanti alla liturgia sinagogale bat- 
tevano con forza i piedi, accompagnando con un chiasso assordante la menzione del 
suo nome. Così pure avveniva durante la recitazione della meghillah, il rotolo di Ester, 
nella festa di Purim ogni volta che veniva ricordato Aman, il crudele ministro di As- 
suero, artefice del piano inteso a sterminare il popolo ebraico in terra di Persia. La 
baraonda si rinnovava anche quando era la volta di Zeresh, la sua fedele consorte, e 
della loro numerosa figliolanza a essere menzionati nel testo liturgico. Leon da Mode- 
na ricordava in proposito che «alcuni sentendo nominar il nome di Aman, battono in 
segno di maledirlo», e il neofita Giulio Morosini confermava quell'uso, specificando 
che a Venezia gli ebrei sbattevano con forza gli sportelletti dei loro banchi di legno in 
sinagoga in segno di maledizione contro [203] l'odiato nemico («battono a tutta forza 
sopra i banchi della Sinagoga in segno di scomunica, dicendo ad alta voce: "Sia cancel- 
lato il nome suo" e "E'1 nome degli empij si putrefaccia"») 632 . 



629 Vedi sull'argomento S. Krauss, Imprecation against the Minim in the Synagogue, in «The Jewish Quar- 
terly Review», IX (1897), pp. 515-517. 

630 Vedi quanto scrivono in proposito Y. Boksenboim in Azriel Diena, Sheelot w-teshuvot. Responsa, a cura 
di Y. Boksenboim, Tel Aviv, 1977, voi. I, p. 12 nota 5 e recentemente R. Weinstein, Marriage Rituals Italian 
Style. A Historical Anthropological Perspective on Early Italian Jews, Leiden, 2004, pp. 225-226. 

63i Vedi in proposito sull'argomento P. Burke, Insulti e bestemmie, in Id., Scene di \ii.i quoiidunu nclTliuliu 
moderna, Bari, 1988, pp. 118-138; Id., l'art de V insuite en Italie au XVP et XVIP siede, in J. Delumeau (a 
cura di), Injures et blasphèmes, Paris, 1989, pp. 249-261. 

632 Leon da Modena, Historia de' riti hebraici, Venezia, Gio. Calleoni, 1638, pp. 80-81; Giulio Morosini, De- 
rekh Emunah. Via della fede mostrata agli ebrei, Roma, Propaganda Fide, 1683, p. 836. Sul linguaggio ge- 
stuale nella liturgia ebraica vedi recentemente U. Ehrlich, The Non-Verbal language of Jewish Prayer, Jeru- 
salem, 1999 (in ebr.). 



Pasqua di sangue 

Una delle preghiere più diffuse del formulario ebraico era senza dubbio quella 
che iniziava con le parole 'Alenu le-shabbeach («Dobbiamo lodare il Signore»), che 
veniva recitata più volte quotidianamente e durante le feste e le solennità. Si trattava 
di un testo, che è stato definito una sorta di Credo dell'ebraismo, che non sorprenden- 
temente conteneva espressioni particolarmente critiche nei confronti di Gesù e del 
cristianesimo. La censura ecclesiastica aveva quindi trattato con la clava questa pre- 
ghiera, cancellandone nei manoscritti ogni accenno polemico verso la fede in Cristo e 
proibendone la stampa nella versione integrale. E tuttavia, nel corso delle persecuzio- 
ni nel Medioevo era proprio questa la preghiera che più spesso veniva gridata dagli 
ebrei in faccia ai carnefici nel momento di sacrificare l'anima a Dio. 

Nella tradizione degli ebrei tedeschi, quando si pronunciava la frase «perché essi 
(i cristiani) si prostrano e rivolgono la loro preghiera alla vanità e alla nullità, ad un 
dio che non è il salvatore», era consuetudine compiere gesti di riprovazione e di in- 
giuria, come pestare i piedi, scuotere il capo e scatarrare in terra 633 . Giulio Morosini 
riferiva che anche ai suoi tempi, quando a Venezia gli ebrei recitavano in sinagoga 
l'inno liturgico 'Alenu le-shabbeach, «contumelioso a Christo et a' Christiani [...] atte- 
stano alcuni che nel dir quelle parole s'avvezzano per mostrar l'abominazione a spu- 
tarvi sopra» 634 . Il gesto insultante e scurrile, l'atto osceno, anche e soprattutto se av- 
veniva nel luogo santo della sinagoga, perdeva le sue connotazioni negative e valeva a 
sottolineare e rinforzare l'odio appassionato e il disprezzo irreparabile. 

In quel Sabato successivo all'uccisione del piccolo Simone, con il corpo dell'in- 
fante deposto sull' almemor, gli ebrei di Trento, raccolti nella sinagoga, si abbandona- 
vano a eccessi gestuali senza più freni inibitori. Stando alla deposizione di Lazzaro, il 
servo di Angelo da Verona, concluso il suo acceso sermone anticristiano contro Gesù e 
sua madre, Samuele da Norimberga si era appressato all' almemor e, dopo aver fatto le 
fiche, aveva preso a schiaffi in faccia il putto, sputandogli sopra. Per non essere da 
meno Angelo da Verona aveva imitato con sputi e ceffoni quei gesti di oltraggio, men- 
tre Mosè «il Vecchio» da Wùrzburg faceva le fiche, mostrando irridente la sua denta- 
tura, e maestro Tobia si lasciava andare ad altri atti violenti, non lesinando sberle e 
sputi. 
[204] 

Facevano corona ai quattro protagonisti gli altri partecipanti a quel rituale in- 
giurioso, da Isacco, il cuoco di Angelo, a Mosè da Bamberg, il viandante, da Lazzaro e 
Israel Wolfgang, il pittore, a Israel, il figlio di Samuele, che oltre a fare le fiche come 
gli altri mostrava la lingua e faceva le boccacce. Esagerava da par suo Joav da An- 
sbach, lo sguattero di maestro Tobia, che non si peritava di ricorrere ai gesti osceni e, 
sollevando sguaiatamente la gabbana, metteva il deretano in bella vista, un atto bla- 
sfemo riservato talvolta al passaggio delle processioni sacre 635 . Lo stesso Joav, nella 



633 Sulle espressioni e i significati anticristiani dell'inno 'Alenu le-shabbeach, vedi da ultimo 1 
trattazione di I.J. Yuval, «Two Nations in Your Womb». Perceptions of Jews and Chrìstians, Tel Aviv, 2000, 
pp. 206-216 (inebr.). 

634 Morosini, Derekh Emunah. Via della fede mostrata agli ebrei, cit., pp. 277 -278. 

635 «Samuel stans apud Almemor coepit facere ficas in faciem pueri et illud colaphis caedere et in faciem 
expuere. Moyses antiquus similiter faciebat ficas, quas dum sic faceret, ostendebat dentes, irridendo et 
Angelus expuendo in faciem pueri, illud colaphis caedebat. Tobias cum manu sinistra coepit capillos pueri 
et cum caput eiusdem pueri quateret super Almemor, tenendo capillos per manum cum alia manu pluries 
colaphizavit faciem pueri, in illamque expuit. Et Israel, filius Samuelis, tenendo os apertum, emittebat lin- 
guam et fecit ficas et loff, elevatis pannis, ostendit posteriora et pudibunda, et Isaac, coquus Angeli, simili- 
ter fecit ficas et colaphis cecidit puerum. Et Moyses forensis fecit ficas, et Israel pietor similiter fecit ficas et 
similiter omnes alii Judaei ibi adstantes fecerunt aliquos actus illusorios [...] et Lazarus fecit ficas et semel 
cum manu aperto percussit faciem pueri et per capillos cepit puerum et eius caput quassavit». Costituto di 
Lazzaro da Serravalle del 20 novembre 1475 (cfr. [Benedetto Bonelli], Dissertazione apologetica sul martirio 
del beato Simone da Trento nell'anno MCCCCLXXV dagli ebrei ucciso, Trento, Gianbattista Parone, 1747, p. 



sua confessione, aggiungeva di avere morso le orecchie dell'infante, volendo imitare 
quanto aveva visto fare'da Samuele da Norimberga 636 . Anna da Montagnana, la nuora 
di quest'ultimo, confermava di avere assistito a quella scena poco edificante 637 . 

Bella, la moglie di Mayer, figlio di Mosè da Wurzburg, ricordava di essere stata 
presente all'esibizione di simili gesti ingiuriosi, sempre a Trento, tre o quattro anni 
prima, in occasione di un altro infanticidio commesso in casa di Samuele. Anche in 
questo caso il rituale oltraggioso aveva avuto luogo nella sinagoga nell'ora delle pre- 
ghiere 638 . Da parte sua Israel Wolfgang, riferendo i particolari dell'omicidio rituale di 
Ratisbona, cui a suo dire avrebbe partecipato in prima persona nel 1467, precisava 
che nello stiebel di Sayer erano stati compiuti al cospetto del corpo dell'infante «gli 
stessi atti ingiuriosi, fatti a Trento in casa di Samuele» 639 . 

Giovanni Hinderbach riassumeva le deposizioni degli imputati di Trento relative 
alla scena degli oltraggi in sinagoga in una lettera inviata a Innsbruck nell'autunno del 
1475, indirizzata all'oratore della Repubblica di Venezia presso Sigismondo, arciduca 
d'Austria, e scritta in un italiano per lui inusitato e alquanto approssimativo. 

Diti zudey, ovvero parte de quelli, stagando dicto corpo in sul almemor, in 
lingua hebrea dicevano queste parole ovvero simile: «Questo sie in vituperio 
e vergogna di nostri inimici», intendendo de noi christiani. Alquanti altri fa- 
cevano le fige ne li ogi de esso corpo, altri levavano li mane al cielo sbaten- 
do li piede in terra, alquni spudava in faza del dito corpo, digendo queste 
altre parole: «Va e di' al Iesu, Dio tuo, e a Maria, che ti aiuti, priega ch'el te 
liberi et ch'el te cavi de le nostre mane» 640 . 

Il vescovo di Trento aveva problemi di memoria oppure aveva preso una canto- 
nata, più o meno intenzionale, perché gli ebrei non potevano avere sfidato in 
quell'occasione Gesù e la Madonna a venire in soccorso del misero infante. Infatti ai 
loro occhi il par[205]golo deposto sufi' almemor e il Cristo crocifisso erano la stessa 
persona. Simone non esisteva, se era mai esistito, e al suo posto essi vedevano il Tallii, 
Gesù appeso, e la Teluiah, l'appesa o la crocifissa, come indicavano con un estempo- 
raneo neologismo ebraico la Vergine Maria. Ritenevano il Cristo e chi lo aveva genera- 
to le detestabili personificazioni del cristianesimo, responsabile della loro miseranda 
diaspora, delle sanguinose persecuzioni e delle conversioni forzate. Quasi in trance 
bestemmiavano e maledivano, facevano gesti ingiuriosi e osceni, avendo ognuno nella 
mente ricordi familiari tragici e le molte sofferenze patite da chi ai loro occhi imbrac- 
ciava la croce come un'arma offensiva. 

Quello che avveniva con l'infante sacrificato innocente seguiva un processo in 
qualche modo simile al rito cabbalistico delle kapparot («de espiazioni»), in uso pres- 
so gli ebrei tedeschi alla vigilia del solenne digiuno di Kippur. In quell'occasione bian- 



119). Peter Burke (Insulti e bestemmie, cit., p. 127) sostiene che l'esibizione pubblica delle pudende costi- 
tuiva un classico gesto di spregio al passaggio del Cristo in processione. 

636 «Quo puero sic stante, Samuel cum dentibus momordit aurem dicti corporis et idem Joff cepit aurem 
praedicti corporis illam stringendo cum dentibus» (cfr. [Bonelli], Dissertazione apologetica, cit., p. 119). 

637 «Die sequenti post festum Paschae (Anna) vidit corpus illius extensum super Almemore et vidit in Syna- 
goga omnes infrascriptos [...] qui colaphis caeciderunt dictum puerum» (cfr. [Bonelli], Dissertazione apolo- 
getica, cit., p. 121). 

638 «Modo possunt esse anni tres vel quatuor et nescit dicere praecise quot anni, fuit interfectus alius puer 
in domo Samuelis, qui quadam die in vigilia tunc Paschae ipsorum Judaeorum de sero fuit portatus per 
Tobiam in domum Samuelis [...] Et dicit quod postea die sequenti [...] ipsa Bella vidit corpus dicti pueri in 
Synagoga prius prandium, hora quo celebrantur officia; quo corpore sic stante omnes suprascripti Judaei et 
etiam alii Judaei advenae, qui tunc se repererunt in Civitate Tridenti, illuserunt contra corpus dicti pueri 
[...] illudendo et dicendo illamet verba: Tolle, suspensus, Tluyo, suspensa» (cfr. ibidem, pp. 121-122). 

639 «Qui omnes, corpore stante super Almemore, illuserunt in dictum corpus, faciendo quasi easdem illusio- 
nes, prò ut factum fuit Tridenti in domo Samuelis» (cfr. ibidem, p. 141). 

640 II testo della lettera dell' Hinderbach si trova in F. Ghetta, Fra Bernardino Tomitano da Feltre e gli ebrei di 
Trentonel 1475, in «Civis», suppi. 2 (1986), pp. 129-177. 



Pasqua di sangue 

chi galletti ruspanti venivano roteati sul capo dei peccatori per assumerne così le pre- 
varicazioni e successivamente erano sacrificati, prendendo su di se la punizione dei 
pavidi trasgressori 641 . Si trattava del trasferimento simbolico dei peccati dell'uomo su 
un animale, poi immolato con funzione analoga a quella del capro espiatorio. Laddove 
questo si prendeva le colpe dell'intera comunità, il gallo delle cabbalistiche e magiche 
kapparot fungeva da ricettacolo dei peccati del singolo, cancellati con l'uccisione del- 
l'innocente volatile. Il costume delle kapparot, diffuso tra gli ebrei ashkenaziti di Ve- 
nezia, era descritto plasticamente dal solito Shemuel Nahmias, alias Giulio Morosini. 

Procurano quanti sono in casa maschi e femmine haver ciascheduno, quelli 
un gallo bianco e queste una gallina dell'istessa piuma, e vivi se li girano 
ogn'uno la sua più volte attorno la testa, proferendo queste parole: [...] 
«Questo in cambio mio, questo sia in luogo mio, questo l'espiazione mia, 
questo gallo anderà alla morte et io anderò alla vita». Et finita la cerimonia, 
scannano quegli uccelli e li mangiano, o li donano a qualche povero per ca- 
rità, stimando che se havesse Dio condannato a morire alcuno o alcuna di 
loro, debba contentarsi del cambio di quel gallo e di quella gallina [...]. La 
descritta è da loro pratticata per tutto, ma particolarmente in Levante et in 
Germania 642 . 
Ancora agli esordi del Settecento, il minorità Luigi Maria Benetelli censurava 
senza mezzi termini quegli ebrei di Venezia, presumibilmente appartenenti alla co- 
munità tedesca, che continuavano imperterriti a mantenere l'uso delle kapparot alla 
vigilia del [206] digiuno d'espiazione. A suo dire, essi da una parte intendevano tra- 
sferire sui galletti bianchi, condannati al sacrificio, la zavorra dei propri peccati, e 
dall'altra mimare irriverentemente la passione del Cristo. 

Molti di voi in quel giorno si vestono di bianco e cercano un gallo bianco, 
che non abbia pur una piuma rosseggiante (perché il rosso è simbolo del 
peccato), tre volte se lo stringono al capo, tre volte pregando che quel gallo 
sia espiazione de' loro peccati; il tormentano poi tirandoli il collo, lo scan- 
nano, il gettano fortemente in terra, ultimamente lo arrostiscono; dinotando 
nel primo tormento d'esser meritevoli d'esser strozzati, nel secondo d'esser 
ammazzati con laccio, nel terzo d'esser lapidati, e nel quarto d'esser abbru- 
ciati per le loro colpe. Non tutti (e perciò dissi molti) ne' nostri tempi usano 
tal cerimonia. A me basta che molti di loro, anco non volendo, esprimano in 
fatto non inteso che il Messia, bianco per la divinità e rosso per l'umanità, 
dovesse espiar il peccato 643 . 
Analogamente alle kapparot, nel caso dell'infante cristiano la sua crocifissione lo 
trasformava in Gesù e nel cristianesimo, consentendo simbolicamente di assaporare 
quella vendetta sui nemici di Israele, premessa necessaria se non sufficiente alla re- 
denzione finale. Il crescendo degli insulti e dei gesti ingiuriosi e osceni in fronte 
all' almemor della sinagoga paradossalmente non era rivolto contro l'innocente putto, 
ma contro Gesù, «l'appeso», che personificava. Facendo le fiche, sputando in terra, 
digrignando i denti o pestando i piedi, i partecipanti a quella rappresentazione, viva e 



641 La formula recitata nell'atto di girare intorno alla testa le albe galline era la seguente: «Questo è 
vece, è al posto mio, questo è per la mia espiazione (kapparah); questo galletto andrà alla morte, i 
procederò verso una vita felice con tutto Israele. Amen». Sul rito delle kapparot nel costume degli ebrei 
ashkenaziti vedi Siddur mi-berakhah («Ordine delle benedizioni giusta l'uso degli ebrei tedeschi»), Venezia, 
Pietro & Lorenzo Bragadin, 1618, ce. 35-36. 

642 Morosini, Derekh Emunah. Via della fede mostrata agli ebrei, cit., p. 665. 

643 Cfr. Benetelli, Le saette di donata scagliate a favor degli Ebrei, cit., p. 222. 



carica di tensione, si rivolgevano in ebraico l'augurio ken ikkaretù koloyevecha, cioè 
«così sya consumadi li nostri inimizi» 644 . 

Anche le donne avevano il loro ruolo, e non secondario, nel rituale degli insulti. 
La loro calorosa partecipazione alle ingiurie verbali e gestuali durante le funzioni si- 
nagogali era a tutti nota e non destava sorpresa alcuna. Il rabbino Azriel Diena, in un 
responso rituale inviato ai capi della comunità ebraica di Modena nel mese di novem- 
bre del 1534, censurava le pessime abitudini delle donne che in sinagoga, nei Sabati e 
nelle festività, «quando arrivava il solenne momento in cui venivano estratti dall'Arca 
santa i rotoli della Torah, come imbestialite si levavano a lanciare bestemmie e male- 
dizioni all'indirizzo di coloro che avevano in odio» 645 . Beniamin Slonik, rabbino di 
Grodno nel Granducato di Lituania, nel suo manuale per l'onesto comportamento mu- 
liebre nelle comunità ashkenazite, più volte tradotto in italiano, provava [207] a spie- 
gare la predisposizione delle donne a imprecare e scagliare anatemi a ogni pie sospin- 
to per insegnar loro a correggersi e a raffreddare i bollenti ardori. Le donne, secondo 
il dotto lituano, andavano subito raffrenate «quando malediscono con kelalot (anate- 
mi), che le donne sono molto use a questo, perché non si possono vendicar con altro 
per la loro debolezza, et mettono a biastemmare et maledisse (sic) altre persone che li 
hanno fatto qualche dispiacere» 646 . 

Già nelle cronache ebraiche delle crociate, quando venivano esaltati l'eroismo e 
la disponibilità al martirio delle donne ebree tedesche, si sottolineava come esse re- 
spingessero sdegnosamente «la conversione alla fede del bastardo crocifisso (talui 
mamzer)» e, mostrando lodevole coraggio e sorprendente temerità, non si peritassero 
di gridare offese e maledizioni all'indirizzo dei cristiani aggressori 647 . 

Bella, moglie di Mayer e nuora di Mosè da Wurzburg, nel suo costituto del 6 
marzo 1476 ricordava l'attiva partecipazione delle donne al rituale ingiurioso che, a 
suo dire, aveva avuto luogo nella sinagoga di Trento in occasione di un infanticidio 
avvenuto qualche anno prima. La stessa Bella, insieme a Brunetta, la consorte di Sa- 
muele da Norimberga, ad Anna, la nuora di quest'ultimo, a Brunnlein, la madre di 
Angelo da Verona, e ad Anna, la prima moglie di maestro Tobia, nel frattempo passata 
a miglior vita, si era affacciata alle soglie della sinagoga durante le officiature per os- 
servare il corpo dell'infante, che era stato sdraiato sufi' almemor. Poi si erano unite 
con entusiasmo al rituale delle imprecazioni, iniziato estemporaneamente dagli uomi- 
ni, e si erano messe ad agitare le braccia, a scuotere la testa in segno di biasimo e a 
sputare in terra 648 . 

Questi atti erano accompagnati dall'immancabile gesto scurrile di fare le fiche, 
esaltato e quasi sacralizzato dal fatto di essere compiuto in un luogo di culto, fosse 
esso una sinagoga o una chiesa. Non sorprende quindi che l'esibizione di quelle mosse 
ingiuriose fosse imputata dal Santo Uffizio di Venezia alla vecchia Elena Freschi (Fri- 



644 Angelo da Verona riferiva che «omnes dicebant infrascripta verba in lingua Hebraica: cheti icheressù 
chol hoyveha, que verba in lingua Latina sonant: così sya consumadi li nostri inimizi» (cfr. A. Esposito e D. 
Quaglioni, Processi contro gli ebrei di Trento, 1475-1478. I: I processi del 1475, Padova, 1990, p. 290). 

645 Azriel Diena, Sheelot w-teshuvot. Responsa, cit., voi. I, pp. 10-14. 

646 Mizwat nashim melammedah. Precetti da esser imparati dalle donne hebree, composto per Rabbi Binia- 
min d'Harodono in lingua tedesca, tradotto ora di nuovo dalla detta lingua nella Volgare per Rabbi Giacob 
Halpron Hebreo a beneficio delle devote matrone & Donne Hebree tementi d'Iddio, Venezia, Giacomo Sarzi- 
na, 1615, p. 98. 

647 Cfr. Haberman (a cura di), Sefer ghezerot Ashkenaz we-Zarf at, cit., pp. 34,38-39. Vedi inoltre diffusa- 
mente sull'argomento S. Goldin, The Ways of Jewish Martyrdom, Lod, 2002, pp. 119-121 (in ebr.). 

648 «Et dicit se vidisse dictus corpus ut supra, dum ipsa Bella esset super hostio Synagogae, Cum qua etiam 
aderant Bruneta, uxor Samuelis, Anna, ejus nurus, Bruneta, mater Angeli, et Anna, uxor tunc Tobiae, qua 
mortua est jam duobus annis vel circa. Quae omnes infrascripte mulieres et ipsa Bella illuserunt contra 
dictum corpus sic jacens super Almemore, ut supra, faciendo ficas et expuendo in terram, admovendo ma- 
nus et quatiendo capita sua et dicendo praedicta verba» (cfr. [Bonelli], Dissertazione apologetica, cit., pp. 
121-122). 



Pasqua di sangue 

tschke), reduce da una mal digerita conversione al cristianesimo. Secondo la testimo- 
nianza della patrizia veneziana donna Paola Marcello, infatti, quella domenica, duran- 
te la messa nella chiesa di San Marcuola, quando il prete aveva preso a recitare il Cre- 
do, la proterva neofita padovana «li si sdegnava et faceva bruti visi et diceva male 
parole e tra le altre io li sentì dir: "Ti menti per la gola". Et vidi che le faceva le fighe 
verso l'aitar verso [208] donde el prete diceva la messa» 649 . Lo scontro religioso avve- 
niva dunque su piani diversi e passava dalla diatriba ideologica, nutrita da elementi 
dotti e colti, allo scherno e alla bestemmia, accompagnati da una gestualità codificata 
di provata ed evidente efficacia, dai significati insolenti e osceni. 



19 Cfr. loly Zorattini, Processi del S. Uffizio contro ebrei e giudaizzantì, cit., voi. I, pp. 154-155 

177 



Capitolo quindicesimo 
La sfida finale di Israel 



Israel da Brandeburgo, il giovane pittore e miniaturista sassone capitato a Trento 
in occasione della fatidica Pasqua del 1475, nel corso di uno dei suoi frequenti viaggi 
nelle città del Triveneto alla ricerca di clienti, ebrei e cristiani, era stato il primo a op- 
tare per una rapida conversione al cristianesimo. Quando erano iniziati gli interroga- 
tori dei principali indiziati dell'infanticidio di Simone, alla fine di aprile del 1475, a- 
veva già affrontato con successo le acque del battesimo. Wolfgang era il nuovo nome 
che Hinderbach aveva scelto per lui, il nome di un santo cui il principe vescovo di 
Trento mostrava di essere particolarmente affezionato 650 . Come avrebbe avuto modo 
di confessare più tardi, aveva deciso di abiurare la fede dei suoi padri nella speranza 
di poter salvare la pelle 651 . E i fatti gli davano ragione. O per lo meno, gli davano ra- 
gione in un primo tempo. 

Due mesi dopo, alla fine di giugno, al termine della prima fase dei processi, i 
principali imputati, nove in tutto, tra cui Samuele da Norimberga, Angelo da Verona e 
il medico Tobia da Magdeburgo, erano stati condannati e giustiziati. Il vecchio Mosè 
da Wurzburg aveva trovato la morte in carcere prima di essere condotto al supplizio. 
Era allora che, per ordine dell'arciduca d'Austria Sigismondo, i processi erano stati 
provvisoriamente sospesi. Alcuni imputati minori, tutti appartenenti alla servitù dei 
due principali prestatori di denaro e del medico Tobia, attendevano in prigione che 
fosse definita la loro sorte. Le donne della piccola comunità erano invece trattenute 
agli arresti domiciliari nell'abitazione di Samuele e sorvegliate a vista dai gendarmi 
del vescovo. 

Giovanni Hinderbach aveva preso in simpatia il giovane converso Israel Wol- 
fgang, mostrava di avere fiducia in lui e lo ammetteva liberamente al castello, consen- 



so Cfr. D. Rando, Dai margini la memoria. Johannes Hinderbach (1418-1486), Bologna, 2003, p. 398. 
651 II podestà di Trento affermava con qualche incertezza «quod Wolfgangus asseruit se minorem 25 annis 
et licet ex aspectu videatur major annorum 28 vel circa». In precedenza, il 21 aprile 1475, si registrava 
negli atti processuali «quod Israel Hebreus, qui ad praesens in carceribus detinetur, occasione q. Simonis 
interfecti, desiderat effici Christianus et Baptisma suscipere; idcirco praelibatus Reverendissimus Dominus 
mandavit dictum Israelem de carceribus relaxari prò nunc, ita quod de Castro non exeat, ad hoc ut in fide 
instrui possit et deinde si visum fuerit Baptizari». Più tardi Israel Wolfgang ammetteva di essersi battezzato 
per scampare alla condanna a morte, «quare ipse Wolfgangus fecit se baptizare, quia vidit se captum et 
dubitavit ne condemnaretur ad mortem, credens se illam evadere, ut evasit» (cfr. [Benedetto Bonelli], Dis- 
sertazione apologetica sul martirio del beato Simone da Trento nell'anno MCCCCLXXV dagli ebrei ucciso, 
Trento, Gianbattista Parone, 1747, pp. 138, 140, 147). Vedi inoltre sull'argomento G. Divina, Storia del 
beato Simone da Trento, Trento, 1902, voi. II, pp. 78 ss.; R. Po-Chia Hsia, Trent 1475. A Ritual Murder Trial, 
New Haven (Corni.), 1992, pp. 95-96. 



Pasqua di sangue 

tendogli di sedere a mensa tra i suoi servi e cortigiani. Ma non si trattava di una con- 
fidenza [210] del tutto disinteressata. Nell'estate del 1475 il pittore neofita era infatti 
l'unico cristiano a saper leggere e comprendere perfettamente l'ebraico a Trento. E 
queste conoscenze erano indispensabili al principe vescovo, il quale, avendo requisito 
i beni dei condannati, si trovava nella necessità di decifrare i libri di banco degli ebrei 
redatti, come normalmente avveniva, in lingua ebraica. Il valore dei pegni e la loro 
appartenenza a cittadini di Trento o a forestieri potevano essere stabiliti soltanto in- 
terpretando correttamente le registrazioni che comparivano in quei libri. Agli inizi di 
giugno Hinderbach decideva di affidare ufficialmente a Israel Wolfgang l'incarico re- 
tribuito di sovrintendere alla restituzione e al riscatto dei pegni ammassati nei deposi- 
ti dei banchi ebraici 652 . Il nuovo luogo di lavoro del pittore sassone era adesso la bot- 
tega per il prestito appartenuta al defunto Samuele da Norimberga. Qui il giovane 
Wolfgang passava gran parte del suo tempo, operando con solerzia e abilità. 

Ma nello stesso tempo Israel Wolfgang aveva preso la decisione di servirsi della 
conversione come di un travestimento, che più agevolmente gli avrebbe consentito di 
aiutare le donne ebree ridotte al domicilio coatto, favorendone la fuga e l'espatrio 
clandestino 653 . Di questi suoi propositi aveva informato segretamente il suo influente e 
potente protettore, quel Salomone da Piove di Sacco, che lo aveva ospitato a casa sua, 
consentendogli di unirsi alla sua famiglia e di conoscerne i segreti. Nella vicina Rove- 
reto, posta nell'alta vai Lagarina, che apparteneva alla Repubblica di Venezia ed era 
quindi al di fuori della giurisdizione del vescovo Hinderbach, era stato fissato il quar- 
tier generale dei rappresentanti delle comunità ashkenazite del Veneto con l'incarico 
di adoperarsi per la liberazione degli imputati ancora in carcere a Trento e per porta- 
re all'invalidità dei processi. Salomone Cusì, inviato da Salomone da Piove a Rovereto, 
aveva informato chi di dovere della piena disponibilità di Israel Wolfgang a operare 
sollecitamente e senza dare nell'occhio in favore dei detenuti, e in particolare delle 
donne segregate 654 . Jacob da Brescia, Jacob di Bonaventura da Riva, Jacob da Arco, un 
piccolo centro a pochi chilometri a nord di Riva, e Cressone da Norimberga, alcuni 
degli esponenti più in vista della lobby raccoltasi a Rovereto, erano perfettamente al 
corrente della pericolosa missione che il temerario giovane sassone, camuffato da cri- 
stiano, si era volontariamente assunto. 

Jacob da Brescia era il fratello di quel Rizzardo, accusato di essere uno dei prin- 
cipali ricettatori del sangue proveniente dal[2 11] l'infanticidio del putto di Ratisbona. 
Faceva il prestatore di denaro a Gavardo nel bresciano e, a testimoniare della sua au- 
torevolezza, nel 1467 i funzionari milanesi si riferivano a lui come «al zudeo che è 
capo delle altri zudey» 655 . Jacob di Bonaventura da Riva per più di un decennio, dal 
1475 al 1488, veniva generalmente considerato come il più influente banchiere ope- 
rante a Riva del Garda 656 . Cressone (Ghershon) era anch'egli un personaggio molto in 



652 L'8 giugno 1475 si rendeva noto che Hinderbach «praelibatus Reverendissimus Dominus, attento quod 
non sit aliquis, qui libros Hebraicos dictorum Judaeorum legere sciat, cum supradictis libris nomina 
omnium qui habent pignora apud Judaeos scripta sint in Hebraicis litteris, nec alius sit qui dictos libros 
legere valeat, de quo verosimilius confidi possit, quam de suprascripto Israele, nun facto Christiano et no- 
minato Wolfgango, eidem Wolfgango licentiam dedit quod possit exire de Castro etc.» (cfr. [Bonelli], Disser- 
tazione apologetica, cit., p. 140). 

653 Israel Wolfgang confessava ai giudici di Trento che, valendosi della nuova condizione di battezzato, «vo- 
lebat adjuvare judaeos, si potuisset» (cfr. ibidem, p. 147). 

654 Cfr. Divina, Storia del beato Simone da Trento, cit., voi. II, pp. 87 -90. 

655 Su Jacob da Brescia vedi in particolare F. dissenti, Gli ebrei nel Bresciano al tempo della Dominazione 
Veneta. Nuove ricerche e studi, Brescia, 1891, pp. 714; A. Gamba, Gli ebrei a Brescia nei secoli XV-XVI, Bre- 
scia, 1938, p. 31; F. Chiappa, Una colonia ebraica in Palazzolo a metà del 1400, Brescia, 1964, p. 37; Sh. 
Simonsohn, The Jews in the Duchy of Milan, Jerusalem, 1982, voi. I, pp. 433, n. 1013 e 677, n. 1632. 

656 «Iacob Ebreus et socii habitator Ripae», oppure «Iacob Ebreus et socii dantes ad usuram in Rippa» sono 
ricordati molto spesso nelle disposizioni consiliari di Riva del Garda e nella documentazione notarile negli 
anni 1475-1488 (cfr. M. Grazioli, L'arte della lana e dei panni nella Riva veneziana del sec. XV in due docu- 



vista tra gli ebrei ashkenaziti. Originario di Norimberga, era giunto a Rovereto intorno 
al 1460, ma solo nel 1471 aveva ricevuto autorizzazione dal doge Nicolò Tron di far 
venire dalla sua città natale la figlia con il patrimonio mobile della famiglia 657 . A parti- 
re dal 1465 un patrizio di Rovereto, Delfino Frizzi, gli aveva consentito di abitare nel 
suo palazzo, associandoselo nell'appalto della navigazione fluviale nell'Adige 658 . A 
tempo perso Cressone da Norimberga operava con successo anche nel settore del 
commercio del denaro e questa sua attività lo portava sovente nei centri principali 
della zona, compreso Riva del Garda 659 . 

Quell'estate del 1475 a Trento era stata carica di tensione. L'incertezza sulla sor- 
te degli imputati ancora in prigione, delle donne e dei figli dei giustiziati affannava le 
menti e gli animi di ebrei e cristiani. Il sequestro totale dei beni dei condannati, il ri- 
scatto dei pegni depositati nelle loro botteghe, la restituzione delle somme prestate, 
convogliate prontamente nelle casse di Hinderbach, impegnavano Israel Wolfgang e i 
suoi solerti collaboratori. Intanto, come abbiamo visto, da Roma si era mosso alla volta 
di Trento il domenicano Battista de' Giudici, vescovo di Ventimiglia, il commissario 
delegato dal pontefice a far luce sull'infanticidio di Simone e a rivedere le bucce al 
vescovo principe, sospettato di avere pilotato sapientemente i processi verso le con- 
clusioni che avevano avuto. Salomone da Piove aveva caldeggiato insistentemente 
presso Sisto IV l'invio di questo commissario per salvare gli inquisiti ancora in galera e 
arginare quello scandalo indesiderato che minacciava di travolgere le altre comunità 
ebraiche tedesche dell'Italia settentrionale, mettendo in pericolo delicati interessi e 
posizioni faticosamente conquistate e dissestando irrimediabilmente il retroterra poli- 
tico che li aveva resi possibili. 

Nell'agosto del 1475, sulla strada per Trento, il commissario de' Giudici attraver- 
sava il Veneto con un piccolo seguito di funzionari e collaboratori. Pare che fosse ac- 
compagnato anche da tre ebrei, unitisi a lui dalle parti di Padova 660 . Due di questi so- 
no facilmente identificabili con Salomone da Piove e Salomone Furstungar. 
[212] 

Il terzo era forse il fratello di Rizzardo da Ratisbona, quel Jacob da Brescia che 
stava muovendosi alla volta di Rovereto. Furstungar, faccendiere senza scrupoli ed 
esperto mestatore dalle mille risorse e dalle influenti e molteplici entrature, era pro- 
babilmente da identificarsi con una delle figure più in vista dell'ebraismo tedesco tra- 
piantato nel Veneto. Era questi Salomone da Camposampiero, che con Salomone da 
Piove, di cui era amico e collega, manteneva saldamente in mano il dispotico controllo 
del commercio del denaro a Padova e nel contado 661 . 

menti dell'Archivio Rivano e Riva veneziano. Le uscite ordinarie, in «Il Sommolago», III, 1986, n. 1, pp. 109- 
120; IV, 1987, n. 3, pp. 5-54; M.L. Crosina, La comunità ebraica di Riva del Garda, sec. XV-XVIII, Riva del 
Garda, 1991, pp. 29-35). Non è neppure da escludere che Jacob da Arco, di cui mancano notizie, sia da 
identificarsi con questo Jacob da Riva. 

657 II privilegio del doge Nicolò Tron, relativo al trasferimento nel 1471 della figlia di Cressone da Norim- 
berga a Rovereto, è ricordato da R. Po-Chia Hsia, The Ah ih ofRitual Murder. Jews and Magie in Reformation 
Germany, New Haven (Conn.) - London, 1988, p. 44. 

658 Cfr. G. Boldi (a cura di), Gli estimi della città di Rovereto (1449, 1460, 1475, 1490, 1502), Rovereto, 
1988, pp. XXV, 92,180,343. Cressone, che a Rovereto abitava nel palazzo Frizzi «sotto la Rocca», possedeva 
beni immobili nel contado. 

659 Sulla attività di banchiere di Cressone, che annoverava tra i suoi clienti anche famiglie patrizie, come i 
conti Lodron, vedi C. Andreolli, Una ricognizione delle comunità ebraiche nel Trentino tra XVI e XVII secolo, 
in «Materiali di lavoro», 1988, n. 1-4, pp. 157-158. Sul suo coinvolgimento negli affari di Riva del Garda 
vedi Crosina, La comunità ebraica di Riva del Garda, cit., p. 29. 

660 Cfr. Divina, Storia del beato Simone da Trento, cit., voi. II, pp. 69-70. 

661 I motivi che mi inducono ad accettare la proposta di identificare Salomone Furstungar con Salomone da 
Camposampiero, già avanzata da Daniele Nissim (La risposta di Isacco Vita Cantarmi all' accusa di omicidio 
rituale di Trento, Padova 1670-1685, in «Studi Trentini di Scienze Storiche», LXXIX, 2000, p. 830), sono 
molteplici e di peso non indifferente: 1) appare inverosimile che una figura di primo piano nel panorama 
della leadership ashkenazita del Veneto, come era Salomone da Camposampiero, sia del tutto assente dalla 



Pasqua di sangue 

Battista de' Giudici entrava a Trento ai primi del mese di settembre, prendendo 
alloggio all'albergo Alla rosa, nella via delle Osterie grandi, dalla quale la mole del 
Buonconsiglio era ben visibile. Aveva cortesemente declinato l'invito di essere ospite 
al castello rivoltogli dal vescovo Hinderbach, probabilmente intenzionato a control- 
larne in tal modo incontri e movimenti, sostenendo che quella locanda, pur essendo 
di proprietà tedesca, era rinomata per avere un'appetibile cucina italiana, qualità 
questa particolarmente apprezzata dall'inquisitore domenicano, che si considerava un 
buongustaio e in fatto di cibi non era disposto a scendere a compromessi 662 . Scortava 
il de' Giudici uno sparuto seguito, di cui facevano parte il suo assistente Raffaele, un 
notaio guercio di un occhio che conosceva il tedesco e poteva fungere da interprete, e 
un misterioso prete, vecchio e gobbo, vestito sempre di una sdrucita palandrana nera. 
All'albergo Alla rosa scendeva anche Salomone Furstungar, l'influente faccendiere che 
accompagnava con prudenza e circospezione il commissario apostolico, avendo con 
lui frequenti abboccamenti diretti, che si svolgevano in italiano e senza bisogno di 
intermediari di sorta 663 . 

Ora Israel Wolfgang era chiamato a mantenere i delicati e perigliosi impegni che 
si era volontariamente assunto. Il giovane sassone era stato per tempo avvertito da 
Salomone da Piove dell'arrivo del de' Giudici e sapeva che Furstungar si sarebbe subi- 
to messo in contatto con lui. L'incontro avveniva di notte nelle stalle della locanda 
Alla rosa, lontano da occhi indiscreti. Furstungar lo informava che Gasparo, assistente 
allo scalco di Sigismondo, gli aveva portato il salvacondotto per raggiungere In- 
nsbruck e conferire con l'arciduca d'Austria per ottenere la definitiva sospensione dei 
processi e la liberazione delle donne detenute. Gli chiedeva inoltre di mettersi a di- 
sposizione del commissario apostolico per il tramite del notaio guercio, che conosceva 
il tedesco, e di recapitare con segretezza alle donne, recluse in casa di Samuele da No- 
rim[213]berga, le missive che sarebbero state loro inviate dal quartier generale degli 
ebrei ashkenaziti messo in piedi a Rovereto. Le donne andavano rassicurate, infor- 
mandole delle buone prospettive della missione presso Sigismondo e della piena di- 
sponibilità del commissario a fare tutto il possibile per liberarle. Furstungar conse- 
gnava a Israel Wolfgang del denaro per le spese e il disturbo 664 . 

Il giorno dopo era il notaio guercio a prendere l'iniziativa di incontrarsi con I- 
srael Wolfgang. Il luogo dell'appuntamento era la stube presso la fontana sul retro 
della chiesa di San Pietro, un bagno pubblico posto in un sito appartato e poco fre- 
quentato di Trento. Il notaio informava il giovane pittore che presto sarebbe stato 
chiamato a un colloquio con il commissario e, sapendo che poteva entrare liberamen- 
te nelle stanze del Buonconsiglio, gli chiedeva di spiare i movimenti di Hinderbach e 

documentazione relativa agli sforzi delle comunità ebraiche per salvare gli imputati di Trento, a differenza 
di ciò che accade per il suo amico e collega Salomone da Piove; 2) Salomone Furstungar, il cui nome non 
emerge dalla documentazione sugli ebrei di Padova finora portata alla luce, viene presentato negli atti del 
processo di Trento come un leader riconosciuto degli ebrei padovani, presso i quali viveva da tempo, tanto 
da conoscere perfettamente l'italiano, oltre al tedesco (il che si attaglia perfettamente a Salomone da Cam- 
posampiero); 3) il Furstungar poteva vestirsi «alla cristiana», privilegio di cui oltre ai medici solo i banchieri 
ebrei, tra i quali si annoverava Salomone da Camposampiero, potevano godere. Su Salomone da Campo- 
sampiero e la sua famiglia cfr. D. Jacoby, New Evidence on Jewish Bankers in Venice and the Venetian Ter- 
raferma (e. 1450-1550), in A. Toaff e Sh. Schwarzfuchs (a cura di), The Mediterranean and the Jews. Ban- 
king, Finance and International Trade (XIII-XVIII Centuries), Ramat Gan, 1989, pp. 160-177; D. Carpi, 
^individuo e la collettività. Saggi di storia degli ebrei a Padova e nel Veneto nel!' età del Rinascimento, Fi- 
renze, 2002, pp. 61-110. 

662 La locanda Alla rosa, «un buon albergo» tra i più antichi e frequentati di Trento, posta nella contrada 
delle Osterie tedesche al di là della porta settentrionale di San Martino, era gestita dalla famiglia bavarese 
di Michael di Konrad e suo figlio Michael (cfr. E. Fox, Storia delle osterìe trentine, Trento, 1975, pp. 8487; S. 
Luzzi, Stranieri in città. Presenza tedesca e società urbana a Trento, secoli XV-XVIII, Bologna, 2003, pp. 229- 
236).